Intervista a Riccardo Giacchi

Riccardo, com’è nata in te l’idea di scrivere questo libro di racconti?
 
Volevo provare un genere diverso rispetto a quello che sono abituato a trattare e sono contento di averlo fatto. Mi piace sempre mettermi in discussione e sfidare me stesso, per capire fino a che punto posso arrivare. Diciamo che sono sempre in una fase di perenne “mutamento”, dove tuttora cerco il genere definitivo in cui specializzarmi. Vorrei solo avere più tempo a disposizione per concretizzare almeno una parte dei tanti progetti che ho in mente.
 
Come definiresti il tuo libro, a quale genere appartiene?
 
Senza dubbio Bandiere di sangue rientra nel genere di guerra, e racconta vicende realmente accadute viste dagli occhi del protagonista, da un io narrante che cerca di trascinare il lettore in quel preciso contesto storico e quanto mai drammatico.
 
Quanto è stata impegnativa la ricerca storica che hai dovuto condurre?
 
Sebbene per esigenze di trama mi sia concesso qualche libertà storica, ho voluto fortemente attenermi il più possibile alla realtà dei fatti accaduti. Gli scenari proposti sono diversi, dal Medioevo fino alla guerra del Vietnam. Quando si rievocano o si ambientano racconti in un certo periodo storico è giusto documentarsi a dovere, altrimenti è un attimo sfociare nell’irreale e dare al lettore un contesto fasullo. Per fare questo è stata necessaria una scrupolosa ricerca, soprattutto sugli armamenti usati e i movimenti delle truppe. Ammetto che a volte i vari approfondimenti sono stati snervanti, ma alla fine ne è davvero valsa la pena, non tanto per il prodotto finale, bensì perché documentandosi e attingendo dal passato s’impara sempre qualcosa.
 
A quale pubblico si rivolge il tuo libro?
 
I racconti sono piuttosto crudi, colmi di battaglie sanguinose e di tragedie umane, ma non mi sento di sconsigliarli a un pubblico ritenuto magari troppo giovane: seppure il passato sia alle nostre spalle, è sempre bene ricordare certi nefasti avvenimenti.
 
Quali sono i messaggi principali contenuti nei tuoi racconti?
 
Messaggi di speranza, ma non solo… la ricerca sfrenata della gloria e l’ambizione, sogni che mai sono sopiti nell’animo di un uomo, non fanno altro che indurre ognuno di noi all’inseguimento di un’illusione, e quando ce ne accorgiamo spesso è troppo tardi. Bandiere di sangue vuole dire proprio questo, perché in passato molti sono morti per le scelleratezze di pochi e non c’è bandiera la cui storia non abbia pagine di sangue. Nessuno è mai uscito vincitore da una guerra.
 
Quanto tempo ha richiesto la stesura e quali sono stati i momenti di maggior difficoltà che hai incontrato?
 
La raccolta non è molto lunga, quindi si potrebbe pensare che la sua stesura abbia preso poco tempo. Avrei detto di sì se non ci fosse stato bisogno di documentazione. Invece mi ha impegnato un anno pieno, perché alla fine di ogni capitolo era necessario fare un confronto con la realtà storica e debellare tutte le possibili incongruenze. E non è detto che sia riuscito appieno in questo intento. In ogni caso Bandiere di sangue non è stato concepito per essere un atlante storico, semmai un modo del tutto personale per cercare di trasmettere i messaggi che volevo.
 
Che cosa ti ha dato, personalmente, scrivere questo libro?
 
Mi ha dato molto proprio come bagaglio culturale. Leggere tutto ciò che concerne il passato ti pone di fronte a inevitabili confronti con i giorni attuali, fino a farti apprezzare ancora di più quello che hai oggi. Rivolgere uno sguardo indietro nei decenni o nei secoli trascorsi dovrebbe aiutarci a non commettere certi folli errori. Eppure, malgrado la storia c’insegni, non sono certo che abbiamo veramente imparato.
 
Continuerai a scrivere sullo stesso filone o addirittura ci sarà un seguito?
 
I racconti della raccolta sono tutti autoconclusivi, quindi un seguito degli stessi non è mai stato in programma, mentre proseguirò col genere di guerra, e anzi sto già stilando una nuova raccolta ambientata unicamente durante la Prima guerra mondiale, ma questa volta con una sfumatura particolare estrapolata dal mio immaginario.
 
Che cosa ti affascina in particolare di questo genere?
 
La capacità di condurre il lettore in un determinato ambito storico, immergendolo in un’epoca diversa in cui la pace è solo un lontano miraggio e facendogli scoprire, riga dopo riga, quanto i valori umani siano labili in nome della sopravvivenza.
 
C’è un racconto in particolare al quale ti senti più legato?
 
Difficile scegliere, tutti mi hanno coinvolto in egual misura. Ma se devo proprio citarne uno, penso che il racconto “I fratelli” sia quello che ho scritto con maggiore enfasi, forse perché la sua ambientazione e il periodo rievocato è quello più legato a noi. Si tratta di anni terribili della nostra storia, marchiati a fuoco da una guerra fratricida. Ho voluto scriverlo di proposito perché certi eventi, seppur infausti, vanno ricordati per non farci dimenticare la follia in cui siamo sprofondati in tempi nemmeno così lontani.
 
Grazie, Riccardo!
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